36 Pierce
PIERCE
Eccola.
La mia Layla.
È in piedi nel mezzo del caos, avvolta nell'abito più vaporoso che abbia mai visto.
Cremisi le piove addosso, schizzando dal colpo ben piazzato del cecchino di Adrian, che resta al sicuro dalla carneficina su un tetto, nel punto d'osservazione perfetto per eliminare chiunque si avvicini troppo alla mia donna.
Il sangue le macchia il viso e il vestito, impigliandosi nel pizzo e nelle balze mentre resta lì, a fissarmi a occhi spalancati e bocca aperta.
La carneficina che mi circonda riesce a malapena a scalfire la mia concentrazione su di lei, mentre i miei uomini irrompono nella chiesa come un'inondazione.
Chiunque abbia un'arma viene ucciso, senza eccezioni.
Ogni guardia, ogni invitato armato seduto nei banchi a fingere di non far parte dell'orrore che questa famiglia ha riversato su questa città e sulla mia vita, ogni soldato Barsukov nascosto che sbuca dalle travi; muoiono tutti per mano dei miei uomini.
Corro lungo la navata.
Sei settimane sono state un tempo infinito, eppure riconosco ogni singola cosa di lei.
I miei piedi martellano il pavimento mentre corro, schivando gli invitati in preda al panico e i corpi che cadono.
Non conta nient'altro, tranne lei. Sono a metà strada quando una guardia alla destra si lancia verso Layla, ma fa la stessa fine di Trik, colpita da Adrian attraverso la vetrata.
Crolla sul corpo di Trik e resta lì, immobile.
Layla non trasalisce neppure.
Non reagisce finché non salgo di corsa i pochi gradini che mi separano da lei e l'afferro per le spalle, mentre il fucile mi scivola a riposare sulla cinghia sopra la spalla.
I proiettili volano, il legno si scheggia in ogni direzione, le candele esplodono, le fiamme cadute lambiscono avidamente ogni lembo di stoffa scoperta, la gente urla mentre il sangue schizza e le vite si spengono.
Tutto svanisce per una manciata di secondi che durano un'eternità, quando Layla mi posa sulla guancia una mano tremante e insanguinata.
«Tu...» Le sopracciglia le si aggrottano e il viso le si contrae, poi si distende, come se stesse lottando per permettersi di sentire qualunque cosa stia provando. Poi si contrae di nuovo e la sua voce trema. «T-tu sei venuto.»
«Sono venuto.»
«Sei v-vivo?»
«Sono vivo. Sono qui, Layla. Sono qui. Mi dispiace tantissimo averci messo così tanto a trovarti.» Il piano di Moses era geniale, questo è certo. Senza di quello, non saremmo mai riusciti a pedinare Anastasia fin qui e a mettere insieme in fretta un assalto del genere.
«Sei vivo», ripete in un sussurro roco. Le lacrime le riempiono gli occhi meravigliosi, ma si rifiuta di sbattere le palpebre, fissandomi dal basso in un misto di stupore e orrore. Le lacrime si gonfiano e le scorrono sulle guance, trascinando con sé gocce di sangue fino al mento.
«Sono vivo», dico piano.
L'altra mano tenta di raggiungermi il viso, ma trema così violentemente che non riesce ad arrivarci.
Mi protendo in avanti e premo la guancia nei suoi palmi.
Quel contatto libera qualcosa in Layla e da lei esplode un singhiozzo profondo, disperato.
Le mie mani scendono alla sua vita, attirandola a me giusto in tempo, mentre le gambe le cedono all'improvviso e lei mi crolla addosso.
«Sei v-venuto per me», singhiozza spezzata. «Sei venuto. Sei venuto!»
Lo ripete ancora e ancora nella manciata di secondi che trascorrono nella nostra bolla congelata, finché dalla parte sinistra della navata si leva un urlo.
Il tempo si è fermato per noi, concedendoci un breve istante per ritrovarci, ma il mondo torna a schiantarsi attorno alle mie orecchie quando Maddie grida e Pavel urla.
«Hai assassinato mio figlio!»
Stringo Layla contro il mio fianco mentre mi volto verso il grido. Pavel tiene Maddie per i capelli e brandisce nell'altra mano una grossa pistola d'argento.
«Maddie!» urla Layla e si slancia in avanti, ma io la tiro indietro e punto il mio fucile.
«Puttana!» urla Pavel. «Lo hai assassinato! Ti ucciderò! Vi ucciderò tutti!» Mentre urla, abbassa di scatto la pistola verso Maddie, che grida terrorizzata e tende la mano verso Layla.
«Vi ucciderò...»
Apro il fuoco nello stesso identico istante in cui lo fa Adrian.
Il proiettile del cecchino esplode nella parte posteriore del cranio di Pavel e gli squarcia il viso uscendo dall'altra parte, mancandomi di poco e conficcandosi con un tonfo nell'organo alle nostre spalle.
I miei proiettili gli lacerano il braccio e il gomito, eliminando ogni possibilità che possa premere quel grilletto.
Pavel si affloscia all'indietro e crolla sul banco, un ammasso morto e insanguinato.
Maddie urla più forte e si slancia in avanti con uno strattone che libera i suoi capelli dall'uomo morto, mentre torrenti di lacrime le scorrono sul viso.
Layla si divincola dalla mia presa per raggiungere sua figlia.
Ora che la minaccia è passata, la lascio andare, e le sono accanto mentre crolla in ginocchio e raccoglie tra le braccia la figlia singhiozzante.
«Oh mio Dio», piange Layla. «Oh mio Dio.» Lo ripete ancora e ancora mentre mi stendo sopra entrambe per proteggerle dal resto della sparatoria.
Attorno a me, l'intera chiesa è un bagno di sangue.
Il corpo di Pavel è riverso accanto a quello crivellato di proiettili di una vecchia con un cappello assurdamente grande.
Ogni banco è pieno di cadaveri, armi sparse e sangue.
I miei uomini avanzano come un'onda, aiutando i nostri che sono stati colpiti e assestando colpi di grazia a chiunque tenti di strisciare via.
Alla fine, l'unico sopravvissuto è il prete, che resta vicino al pulpito con il sangue che gli inzuppa la tonaca e si tiene il braccio colpito da un proiettile.
Layla e Maddie continuano a singhiozzare tra le mie braccia e io le stringo più forte che posso. Le lacrime mi salgono agli occhi e restano lì finché Moses non mi stringe la spalla, segno che è tutto sotto controllo. Solo allora cadono, in un'ondata di sollievo assoluto.
«Layla», mormoro sollevandomi. Trema ancora come se stesse per andare in pezzi, e Maddie continua a piangere contro il suo petto.
«Mi dispiace, Layla. Mi dispiace così, così tanto.
Mi dispiace di non essere arrivato prima.
Mi dispiace di non essere stato qui prima.
Mi dispiace di averti mentito. Adesso sono qui, per qualunque cosa ti serva. Mi dispiace, io...»
Mi manca il respiro quando solleva la testa e mi guarda attraverso occhi arrossati e grumi di mascara. Nonostante tutto, è bella come la ricordo e per la prima volta dopo settimane il vuoto nella pancia finalmente scompare.
«No», gracchia Layla. «Mi dispiace. Mi dispiace di averti trascinato in tutto questo, m-ma grazie. Grazie per averci salvate. Grazie.» Mi crolla addosso, combattuta tra singhiozzi e ringraziamenti del tutto inutili.
Le mie braccia si stringono attorno a entrambe, eppure il cuore mi si ferma quando il pugno di Maddie finisce per aggrapparsi al mio panciotto, mentre si rannicchia tra me e sua madre. Layla tenta di respirare, ma il respiro le si blocca in gola, così le porto una mano alla guancia.
«Non devi ringraziarmi», sussurro. «Facevo sul serio quando ho detto che mi sarei preso cura di te.
Lo pensavo allora e lo penso anche adesso, perché ti amo, Layla.
Ti amo e questo è tutto ciò che conta.» Le mie labbra le sfiorano l'attaccatura dei capelli e la sua mano si solleva, stringendomi il polso come fosse un'ancora di salvezza.
«Pierce», gracchia tra un singhiozzo e l'altro. «Toglimi questo vestito. Ti prego.»