34 Pierce
PIERCE
«Ti dai la colpa?»
Sono passate due settimane da quando Moses ha trascinato il mio corpo mezzo morto fuori dal bagagliaio di un'auto che affondava in un lago. Due settimane da quando Adrian mi ha rotto le costole, riportandomi in vita sul retro di un'ambulanza. Due settimane da quando sono quasi morto.
Mi sembra di esserlo stato.
Due settimane da quando ho visto Layla per l'ultima volta.
Due settimane da quando Trik l'ha rapita e nascosta chissà dove insieme a Maddie, per non essere mai più rivista.
Due settimane da quando l'ho toccata per l'ultima volta, da quando l'ho baciata, assaporata e stretta a me.
Allora ero così stupido, così ingenuo da pensare che qualcosa di meraviglioso come lei potesse durare.
Mi sono lasciato sprofondare in una felicità che mi ha reso troppo sicuro di me, e adesso ne pago il prezzo.
«Pierce.»
I miei uomini hanno setacciato la città ogni giorno da quando mi sono svegliato con abbastanza forze da poter dare l'ordine.
Con tutta la discrezione possibile, hanno sondato il terreno, posto le domande giuste e fatto ciò che potevano, ma di Layla non c'è traccia in tutta la città.
Potrebbe essere morta, una verità che ho a malapena preso in considerazione, tanto è insopportabile al pensiero.
Visto che Pavel è ancora attivo in città, devo credere che lo siano anche Trik e, di conseguenza, Layla.
«Ti dai la colpa?» Al terzo tentativo, la mia terapeuta picchietta la penna sul blocco appoggiato al ginocchio e finalmente mi riscuote dai miei pensieri.
Sollevo lo sguardo dal bicchiere di whiskey che non ho bevuto e la fisso con gli occhi socchiusi. «Certo che sì.»
«Perché?»
«Devi davvero chiedermelo?» Sbuffo cupamente.
Sospira. «Adrian ha chiesto queste sedute perché è preoccupato per te. Il fatto stesso che tu sia qui mi dice che per lui sei un buon fratello. Vuoi tranquillizzarlo.»
«Se mi leggi così bene, perché cazzo mi fai domande del cazzo?»
«Perché stai evitando la radice del problema.»
Stringo gli occhi. «No, non è vero. Non mangio, non dormo.
Sto passando al setaccio tutto ciò che è alla mia portata in cerca di segnali di Layla.
In questo momento ho fuori in città ogni uomo disponibile, a rivoltare ogni pietra e a cercare lei e Trik.
Ho pagato cacciatori di taglie e investigatori privati e ho chiesto aiuto a ogni alleato che ho. Non sto evitando il problema.»
«Pierce, quello non è il problema.»
La presa sul bicchiere si fa più salda mentre lei continua.
«Sei morto su quell'ambulanza. In sala operatoria sei quasi morto per l'entità dei traumi interni causati dal brutale pestaggio che hai subito per mano di quegli uomini. Sei stato tenuto prigioniero, torturato e quasi annegato, tutto per colpa di Layla.»
Digrigno i denti.
«Quindi te lo chiedo: ti dai la colpa?»
Se qualcun altro mi avesse mandato una persona come lei a parlarmi, forse l'avrei uccisa.
Ma l'espressione di orrore sul volto di Adrian quando è entrato in quella stanza d'ospedale e mi ha visto mi ha fatto provare lo stesso malessere che avevo sentito vedendo l'espressione di Layla quando era scesa da quei gradini.
«Certo che sì.»
«Perché?»
«Perché?» La rabbia mi si scalda nel petto come una scarica elettrica.
«Io... sono il capo del clan Murphy. Ho alleanze con diciotto famiglie in tutta la città.
Ho miliardi a mio nome, armamenti infiniti e migliaia di uomini la cui lealtà non conosce limiti.
Se lo chiedi a chiunque, ti dirà che sono uno degli uomini più potenti della città. »
«E?» mi incalza dolcemente.
«E... non sono riuscito a salvarla. Non sono nemmeno riuscito a proteggerla.
Avrei dovuto prevederlo. Avrei dovuto dare la caccia a quel bastardo la prima notte in cui l'ho visto uscire dal suo appartamento.
Avrei dovuto fidarmi di Layla, avrei dovuto sapere che non stava facendo niente di sospetto, ma non l'ho fatto.
Ho affrontato la cosa come se stesse cercando di ingannarmi o di tendermi una trappola, mentre allo stesso tempo le permettevo di avvicinarsi a me.
Mi è entrata sotto pelle eppure non le ho permesso di avvicinarsi davvero e non mi sono fidato di lei.
Non come avrei dovuto. E adesso...» Le parole mi muoiono in gola e porto il bicchiere alle labbra, svuotandolo in un solo sorso. «Adesso è sparita.»
Il resto della seduta non riesce a cavarmi molto altro, e torno nel mio ufficio con il cuore più pesante.
Le ferite stanno guarendo. Le ossa si stanno ricomponendo, la carne si sta richiudendo, e non mi sembra più che una raffica di vento possa abbattermi.
Ma tutto questo mi pare inutile se non riesco a riportarla indietro.
Se non riesco a chiederle scusa per averla delusa, averle mentito e averle spezzato il cuore.
Deve odiarmi. Senza di me, probabilmente sarebbe rimasta fuori dal radar di Trik.
«Capo?» Moses entra nel mio ufficio dopo di me, le labbra strette in un cupo sorriso.
Per quanto sia stato sollevato di sapere che stava bene, guardarlo è difficile.
Ha incassato in pieno petto una scarica di fucile per me e, sebbene sia sopravvissuto con centinaia di ferite da schegge, porterà quelle cicatrici per sempre, compreso un pallino conficcato troppo vicino al cuore per giustificare un intervento chirurgico.
Ha preso quel colpo per me.
È stato esposto a un rischio enorme perché io ero accecato e arrogante.
«Moses. Credevo fossi andato a casa.»
Si avvicina alla scrivania mentre io mi lascio sprofondare nella morbida pelle della poltrona, poi il cuore mi sobbalza appena quando Moses tira fuori il telefono.
«Te l'ho già detto, non torno a casa finché non smetti di lavorare, e sappiamo già che non succederà. Comunque, ci è arrivato questo.» Mi mostra lo schermo del telefono e me lo porge.
Tutto si ferma.
Sullo schermo c'è una foto di Trik con Maddie sotto il braccio. Non sembra felice, ma stringe un cheeseburger tra i pugni e ha i capelli intrecciati, spero dalla mano di Layla. Prendo il telefono lentamente.
«Cos'è?»
«Una minaccia», risponde Moses a bassa voce. «Uno dei nostri uomini è stato troppo avido nel seguire una pista e immagino che Trik l'abbia scoperto. Ha mandato un avvertimento: se non smetti di cercare, la prossima cosa che troverai sarà la mano di Maddie.»
La nausea mi si attorciglia rovente nello stomaco e fisso la foto finché la vista non mi si appanna. «Possiamo rintracciarlo?»
«Già fatto. È stato inviato da un internet café che ormai è ridotto in cenere. Stiamo facendo il possibile per risalire a qualsiasi informazione, ma non promette bene.»
Sbatto le palpebre, ma la vista non si schiarisce. Il viso di Maddie resta sfocato finché non poso il telefono e distolgo lo sguardo. «Non posso smettere di cercare.»
«Lo so.»
«Ma se dovesse succedere qualcosa...» La gola mi si chiude e faccio una smorfia, fissando il pugno.
«Nessuno smetterà di cercare», dice Moses. «Ho ordinato a tutti di fare più attenzione. La troveremo.»
«E se non ci riuscissimo?» Finalmente alzo lo sguardo verso gli occhi cupi del mio amico più caro. «Che cosa faccio se non la troviamo? Come faccio a smettere di sentirmi come se mi avesse scavato via l'intero petto con un cucchiaio arrugginito e sparso le mie viscere per tutta la città?»
Moses non ha una risposta.
Nessuno ce l'ha.
È solo una donna. Ma è la mia donna. La amo con la stessa naturalezza con cui respiro, e ogni secondo che passa e prolunga la sua assenza mi fa male per lei.
«Forse è arrivato il momento», dice Adrian dopo che passa un'altra settimana senza novità, mentre sono sul balcone a guardare una città che si rifiuta di obbedire alle mie richieste.
«Sono passate tre settimane, Pierce, e non c'è niente.
Il mondo va avanti. Il carico del cartello arriverà tra pochi giorni, abbiamo affari con gli italiani e... » Si interrompe con un sospiro.
Non mi muovo. Resto in piedi con le gambe divaricate e le mani incrociate sulla parte bassa della schiena, godendomi quei pochi respiri che ora arrivano facili e senza dolore, dopo che le costole sono guarite e i punti nel fegato si sono riassorbiti.
Mi sento più simile a me stesso, eppure più vuoto.
«Andare avanti», ripeto. «No.»
«Pierce... sono preoccupato per te.»
«Non sono io quello di cui dovresti preoccuparti.»
«Stai soffrendo, lo vedo. So che lei era importante per te, ma nel grande disegno delle cose è solo una donna in un—Agh!» Adrian barcolla all'indietro contro il vetro mentre il mio pugno gli colpisce il viso. Il sangue gli schizza dal naso sulle mie nocche e lui alza un braccio per sorreggersi.
«Solo una donna?» ringhio. «Pensi davvero che sia saggio chiamarla così?»
«Pierce!»
«No! Io sono—» La furia mi si accende nel petto e chiudo le mani a pugno per resistere all'impulso di colpire ancora.
Quel singolo pugno è stato come una goccia sfuggita alla diga della rabbia dentro di me, e la tentazione di cedere è travolgente.
Non contro mio fratello, però. Mi rifiuto.
«Mi insulta che tu possa pensare che Layla sia solo una donna.
Quando ti dico che per me è tutto, lo intendo davvero.
Mi rifiuto, mi rifiuto di lasciarla soffrire e, oltre a questo, non permetterò a quei fottuti russi di passarla liscia dopo avermi trattato così.
Moses è quasi morto. Io sono quasi morto e temo persino di pensare a cosa avrebbero fatto a te se io... »
Mi strozzo sull'ultima parola, incapace persino di immaginare mio fratello nelle mani di quei mostri. Il rimorso si scontra con la rabbia e riesco a malapena a respirare. Tutto il resto occupa troppo spazio.
«Merda», borbotta Adrian attraverso la mano con cui cerca di fermare il sangue. «Ho capito. È solo che non voglio che ti perda in tutto questo, Pierce.»
Mi volto e torno a fissare la città silenziosa. Senza Layla, non resta nulla di me a cui valga la pena aggrapparsi.
Le settimane diventano un mese e Layla e Trik restano ancora fantasmi in città.
Riesco a malapena a dormire o a mangiare, e cedo solo quando la stanchezza mi costringe a riposare o la fame mi indebolisce.
Ogni centimetro della città è stato setacciato da cima a fondo, al punto che temo che Layla sia stata portata fuori dallo Stato già da tempo e che io stia cercando in un pozzo vuoto.
Finché un giorno Moses viene da me con gli occhi che brillano per un'idea. «Ce l'ho», dice eccitato mentre mi passa accanto di corsa in cucina, diretto alla macchina del caffè. «Prima non ci avevo pensato, ma ha perfettamente senso!»
«Cosa?»
Si volta verso di me con la caffettiera in mano. «Smetti di cercare Layla.»
«Moses—»
«No, ascolta. Smetti di cercarla. Fa' finta di non cercarla.
Trik è uno psicopatico del cazzo e probabilmente si è divertito a guardarti fare a pezzi la città per lei.
Quindi devi smettere di cercarla. Devi comportarti come se fossi andato avanti, e così lui si annoierà.
» Schiocca le dita dopo essersi versato il caffè.
«La ucciderà se non gli servirà più», gli ricordo cupamente.
«Gli servirà ancora, è questo il punto. Una volta che Trik avrà finito di giocare con te, quale sarà il suo valore?
» Mi si avvicina sorridendo. «Maddie. Pavel è un tradizionalista del cazzo e avrà bisogno che Layla e Trik si sposino per ottenere l'erede legittimo che desidera tanto.
E per farlo, gli servirà anche che si sposino in una buona chiesa e con l'approvazione di tutta la sua famiglia allargata, perché quel coglione tiene così tanto alle apparenze che sappiamo che vorrà sbattere questo erede in faccia a chiunque dubiti della forza della sua stirpe. »
Una stirpe che cancellerei volentieri. Moses ha ragione, però, e mentre parla il piano che ha in mente mi diventa chiaro.
«Non dobbiamo fare altro che tenere d'occhio gli aeroporti e le navi, tracciare chiunque entri nel Paese mentre tu fingi di essere docile e sconfitto.
Questo farà fare bella figura a Trik e renderà ancora più probabile che la famiglia accetti Maddie come prossima erede.
Poi non dovremo fare altro che trovare qualcuno di importante per Pavel non appena entrerà nel Paese e pedinarlo. »
«È rischioso. Per quanto ne sappiamo, potrebbero essersi già sposati e Layla potrebbe vivere in Russia da tutto questo tempo.
» Mi chino in avanti, puntellandomi con le mani sul bancone.
Abbiamo esaurito le idee e, per quanto ne so, anche il tempo.
Non sarebbe difficile fingere di rinunciare alle ricerche, ma l'intero piano dipende dal fatto che Trik sia abbastanza avido da rimandare il matrimonio solo per tormentarmi.
«È un buon piano», dice Moses, con voce gentile mentre si appoggia accanto a me. «Potrebbe persino usare il matrimonio come esca per farti uscire allo scoperto. Non lo sapremo finché non ci proveremo.»
«E se ti sbagli?» Incrocio il suo sguardo. «E allora?»
Il volto di Moses si rabbuiisce appena. «Cos'altro possiamo fare?»
Ha ragione. Non c'è altro da fare. Ovunque Trik tenga Layla, che sia a New York o in un Paese completamente diverso, non posso trovarla così. Stare al gioco di quei bastardi russi potrebbe essere l'ultima possibilità che mi resta.
Così facciamo proprio questo. Richiamo i miei uomini e mi getto nel lavoro con gli italiani e il cartello.
Mi faccio persino vedere con una donna al braccio, la mia terapeuta, ma Adrian la paga abbastanza perché semplicemente non le importi.
Fingere che vada tutto bene è una maschera rigida che resta al suo posto di giorno e si sgretola di notte.
Ma una settimana dopo che abbiamo messo in moto il piano, comincia a dare i suoi frutti. Sono a metà della rasatura della barba in bagno quando Moses irrompe e mi sbatte un iPad davanti alla faccia.
«Guarda!»
Sbatto le palpebre, gli occhi si adattano in fretta al passaggio dallo specchio al tablet. «Che cosa sto guardando?»
«Quella donna?» Moses picchietta sullo schermo. «È Anastasia, la zia di Pavel. È arrivata ieri sera sotto il nome di Tianna e al momento alloggia all'Aman New York. Guardala, ha fottutamente novant'anni, e c'è un solo motivo per cui una Barsukov così anziana verrebbe a New York.»
I nostri sguardi si incontrano e il rasoio mi scivola dalle dita.
«Un matrimonio.»