20 Pierce
PIERCE
Pavel Barsukov è in piedi davanti a me, ha solo una manciata d’anni più di me, eppure li porta tutti addosso.
Rughe profonde gli solcano il viso, linee d’espressione scavate da decenni di cipiglio; i radi capelli grigi faticano a restare aggrappati alla pelle cinerea, chiazzata dal sole, e da sotto il labbro superiore sottile fanno capolino denti deformati dall’età e dalla scarsa igiene.
L’abito tira intorno al corpo rotondo, eppure, nonostante i segni evidenti dell’età e l’aumento di peso, la tensione dei muscoli del collo e dei pugni carnosi è inconfondibile.
È così che ha conservato il potere tanto a lungo. È vecchio, ma suo figlio è uno sconsiderato, e Pavel può ancora massacrare di botte la maggior parte degli uomini con quei pugni.
Lancio un’occhiata a Moses, in piedi alla mia sinistra.
Incrocia il mio sguardo e io inarco un sopracciglio, rivolgendogli un’occhiata canzonatoria che dice: se continui ad accigliarti tanto, finirai così anche tu.
In risposta, Moses non fa che incupirsi ancora di più, poi torna a concentrarsi sull’incontro.
Adrian conduce la trattativa, in piedi poco più avanti di me, con una mano nella tasca dei pantaloni. L’altra oscilla avanti e indietro mentre snocciola la montagna di stronzate su cui ci siamo accordati durante il tragitto.
«Come potete vedere, il nostro intervento contro la banda non è stato altro che un’operazione di pulizia per arginare uno sconfinamento che non si sarebbe verificato, se solo fossero stati più attenti a scegliere dove rubare le auto.
Capisco che i loro affari fruttassero molto denaro alla famiglia Krakov, anche se non rientra nelle mie competenze comprendere appieno perché i pezzi di ricambio usati siano un’attività tanto redditizia.
D’altra parte, abbiamo poco tempo da dedicare a iniziative così minuscole.
» Adrian inspira profondamente mentre il suo sottile insulto aleggia nell’aria e l’occhio di Pavel ha un guizzo.
«Minuscole?» sputa lui. «Come osi startene lì a stabilire cosa sia importante e cosa no?
I tuoi valori significano ben poco per noi, perché noi diamo valore alla lealtà.
Dal pezzo grosso fino all’ultimo degli ultimi.
Sotto di noi sono tutti protetti, perciò, quando voi stronzi irlandesi calpestate il duro lavoro della mia gente, non m’importa quanto sia minuscola l’iniziativa.
Avete ucciso i miei uomini. La mia gente. »
Adrian resta calmo come sempre. «Come si chiamavano?»
«Come, scusa?»
«Gli uomini che abbiamo ucciso. Quale di loro ti era tanto caro da rendere la guerra l’unica soluzione?»
Il volto di Pavel si oscura, come se le luci dietro i suoi occhi si fossero spente. «Non infangherò il loro nome pronunciandolo davanti a te!»
Non lo sa. Lo sappiamo tutti, eppure sosterrà il contrario fino all’ultimo respiro.
Pavel non si lascerà sfuggire tanto facilmente questa occasione di metterci alle strette e spremerci.
La stessa discussione infuria ormai da un’ora e mi ha stancato.
L’unica cosa diventata evidente è che Pavel è disperatamente a corto di prestigio, con gli italiani che devastano i suoi territori, e ai suoi occhi noi siamo il colpo grosso.
È un’ipotesi azzardata, ma è stato questo a portare Trik alla porta di Layla?
Abbiamo ripulito bene quell’officina, ma se ha scoperto qualcosa sull’auto di Layla, si spiegherebbe perché sia andato da lei.
Considerata la reputazione di Trik, però, non è il genere d’incontro da cui lei sarebbe uscita viva.
E anche se fosse andata così, perché lo avrebbe invitato a entrare?
Ci rimugino sopra, contando gli uomini che Pavel ha portato con sé e quanto pochi siano rispetto ai miei.
Un’altra ragione per cui Pavel non ha mai potuto sferrare un attacco in piena regola contro di me solo per una questione d’orgoglio.
La discussione tra Adrian e Pavel prosegue più o meno nello stesso modo, con sottili insulti che volano da una parte all’altra, mentre Pavel sostiene che quella piccola banda di strada sia estremamente importante per lui e Adrian ribadisce che, operando nel nostro territorio, sono diventati terra di nessuno.
Abbiamo truccato un po’ i confini, ma, visto il numero di auto rubate da quella banda, non è stato difficile trovare un punto di sovrapposizione.
All’improvviso, la porta in fondo al magazzino si apre con un tonfo ed entra una figura. Alta. Magra. I capelli biondi tirati indietro e raccolti da un elastico che li trattiene a malapena alla base del collo.
Trik Barsukov.
Avanza con la spavalderia tipica degli uomini che si sono guadagnati la reputazione grazie al rispetto e agli accordi, non con il sangue come il Tasso.
Quasi tutti lo temono per la facilità con cui preme il grilletto e per la sua inclinazione a sballarsi fino a perdere la testa e massacrare chiunque lo faccia incazzare.
Io lo vedo per ciò che è davvero: un uomo debole che lotta per sfuggire all’ombra del padre e che non vede l’ora di riuscirci ricorrendo alla brutalità.
«Stiamo ancora parlando di questa cazzo di storia?
» strascica Trik, raggiungendo il padre.
«È tutta una fottuta stronzata. Voi fichetti irlandesi avete sconfinato nel nostro territorio, fottuti scarafaggi impossibili da ammazzare che scorrazzano dappertutto su ciò che è nostro, uccidono la nostra gente e annientano i nostri affari.
Vi credete fottutamente intoccabili, vero?
Pensate di poter fare tutto quello che cazzo vi pare?
» Tira su rumorosamente col naso e se lo strofina con il palmo della mano.
«Potrei farvi fuori, cazzo. Vi farò vedere cosa succede ai fottuti topi irlandesi! »
Pavel afferra suo figlio per un braccio e lo tira indietro non appena quello muove un passo verso Adrian, ma il danno è fatto. Nell’istante in cui la minaccia esce dalla bocca di quel bastardo, afferro Adrian per una spalla e lo trascino indietro, prendendo il suo posto in appena due passi.
«Negli ultimi due decenni ho ignorato le piccole violazioni che voi parassiti avete perpetrato ai danni della mia gente e del mio territorio, in nome di una pace più importante tra le nostre famiglie e le nostre organizzazioni», ringhio a bassa voce, mettendo a tacere persino il ghigno furioso che Trik rivolge al proprio padre.
«Ogni morte provocata dalla vostra sconsideratezza, ogni laboratorio esploso nel mio territorio e ogni vittima che avete causato, anche quando non siamo riusciti a ricondurla a voi: ho lasciato correre su tutto, perché non volevo infliggere alla mia gente il dolore di perdite enormi per qualcosa di insignificante. »
L’aria intorno a me cambia quando Moses sposta il peso da una gamba all’altra, probabilmente pensando alla morte evitabile di sua sorella.
«Ora capisco che, così facendo, ho permesso al virus purulento rappresentato da te e dalla tua famiglia di proliferare indisturbato troppo a lungo.
Mordete le caviglie agli italiani, nostri alleati.
Forzate i confini del vostro territorio con la Yakuza e frignate quando reagisce.
Anche loro sono nostri alleati. Voltate persino le spalle alla vostra stessa gente quando vi fa comodo, perché, l’ultima volta che ho controllato, gli Andolov erano alleati nostri, non vostri.
I vostri amici sono pochi e inaffidabili, e non correranno al vostro fianco se insisterete su questa strada. »
Poso uno sguardo gelido su entrambi, nascondendo completamente mio fratello alla loro vista mentre mi raddrizzo in tutta la mia altezza. Pavel apre la bocca, ma prima che possa ribattere sospiro, e un lieve fremito attraversa il pakhan.
«Se siete tanto stupidi da scatenare questa guerra per delle cazzo di auto di merda, allora così sia.
Vi affronterò a viso aperto e inonderò questa città del sangue dei vostri uomini.
Vi farò pagare ogni violazione su cui abbia mai chiuso un occhio e vi farò rimpiangere il momento in cui avete permesso a quel coglione di parlare a nome vostro e minacciare mio fratello. Chiaro?»
«Boss.» La voce di Moses mi sfiora all’improvviso l’orecchio, bassa e tesa. «Abbiamo un problema.»
Grugnisco in segno d’assenso.
«L’uomo appostato fuori da casa di Layla ha saltato il rapporto.
Ho mandato qualcuno a controllare e ha appena segnalato degli spari provenienti dall’interno.
» Le parole di Moses restano un sussurro, ma tanto varrebbe che le avesse urlate, vista l’improvvisa lancia di paura che mi trafigge il petto.
Spari?
«Devo andare.» Giro sui tacchi e Adrian mi afferra per un braccio, mentre alle mie spalle si levano le proteste di Pavel.
«Mi minacci e poi te ne vai? Chi cazzo credi di essere?»
«Non andare», sibila Adrian. «Niente può essere più importante di questo.»
«Non c’è altro da discutere qui», mormoro, schioccando le dita. Al segnale, la maggior parte dei miei uomini si stringe intorno a mio fratello per proteggerlo da Pavel. «Non ho altro da dirgli. Se vuole una guerra, gliela daremo.»
Detto questo, me ne vado, lasciando Adrian al sicuro nelle mani delle sue guardie, mentre le strida indignate di Pavel mi inseguono.
Resisti, Layla!