Silver Sinner 19 Layla
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19 Layla

LAYLA

Èquesto che si prova quando si è innamorati?

Il vero amore?

Da quella notte insieme, non riesco a smettere di pensare a Pierce, una notte impressa a fuoco nei miei pensieri come un dipinto elaborato. I giorni successivi trascorrono quasi in un lampo, perché tornare alla vita normale dopo una maratona di sesso erotico è surreale.

Ma le cose normali vanno avanti come previsto. Vado al lavoro, mi prendo cura di Maddie, vado a dormire e sogno Pierce. Pierce, che in tutti e tre quei giorni mi manda messaggi dolci e affettuosi che mi fanno battere il cuore. Il sogno dura tre giorni.

Finché Maddie non me lo strappa dal cuore involontariamente con le sue manine.

«Un albero genealogico!» dichiara, sollevando il suo progetto scolastico.

«La maestra vuole che scriviamo tutti quelli che abbiamo in famiglia e vediamo chi riesce ad avere l'albero più grande!

Il papà di Mark lo porta in biblioteca perché loro hanno una famiglia davvero, davvero antica che risale a tantissimi, tantissimi, tantissimi anni fa!

» Posa il foglio e poi lo fa scivolare verso di me.

«Possiamo avere anche noi un albero grande? »

Lo fisso. Il disegno dell'albero è piuttosto semplice. Maddie ha già scritto il suo nome e il mio, ma tutto il resto è completamente vuoto. Ci sono almeno venti caselle che aspettano di essere riempite, e io non ho nulla da darle.

«Proprio qui, mamma», dice, indicando la casella accanto alla mia. «Cosa scrivo per papà?»

Suo padre.

Trik.

Non penso a lui da giorni, grazie a qualche eccezionale acrobazia mentale per tenerlo lontano dai miei pensieri, ma ora non posso evitarlo.

Non mi manda messaggi dal giorno in cui è venuto qui e mi ha buttata a terra con un pugno.

Dev'essere la prova che la sua minaccia era vuota come sempre.

Forse era in zona e mi ha vista, poi ha deciso di divertirsi a tormentarmi.

È esattamente il genere di stronzata che farebbe.

Quando ci siamo conosciuti, mi ha lasciato subito intendere che per lui non ero niente.

Solo una persona su cui poteva buttare abbastanza soldi, mentre il posto in cui lavoravo chiudeva un occhio.

Inoltre si vantava delle sue conoscenze criminali abbastanza forte da far sembrare che tutti avessero paura di lui.

Anch'io ne avevo, per un po'. Mi ha impedito di intraprendere qualunque via legale per farlo rimuovere come padre.

Lo odio.

Non gli permetterò di controllare la mia vita. Non con Maddie, e di certo non con Pierce.

«Mamma?» Maddie mi guarda con gli occhi spalancati e picchietta di nuovo sul foglio. «Cosa scrivo?»

«Il tuo papà... si chiamava Stephen. Era un uomo davvero dolce e gentile, ma è morto prima che tu venissi al mondo, ricordi?»

«Stephen», ripete, tirando di nuovo a sé il foglio. Con la penna in mano, tira fuori la lingua mentre comincia a scrivere il nome, e il cuore mi sprofonda un poco.

Idealmente, non scoprirà mai la verità, ma forse dovrei dirla a Pierce.

C'è qualcosa in lui che mi fa sentire...

al sicuro, in un modo che non ho mai provato prima.

Se sapesse la verità, sicuramente mi aiuterebbe a proteggermi, no?

Dopo tutto quello che ha fatto finora, sembrerebbe di sì, ma come posso parlargli di Trik senza dirgli cosa facevo per vivere quando ero troppo giovane per capire meglio?

Cambierebbe le cose?

Forse me lo sbatterebbe in faccia come ha fatto Amy. Non appena quel pensiero affiora, però, vengo assalita da un'ondata di colpa. Pierce è un brav'uomo. Non mi farebbe mai una cosa del genere.

Un brav'uomo e un uomo ricco.

Mentre guardo Maddie, la mente vaga. Non posso fare a meno di sentire che Pierce non è del tutto sincero quando sostiene di lavorare nel settore immobiliare.

È incredibilmente ricco, a giudicare dal peso del ciondolo che ora riposa al mio collo, ed è sempre vestito in modo impeccabile.

Moses lo segue ovunque come una sorta di guardia, e quel tatuaggio che ha è davvero impressionante.

Come commemorazione, è dolce pensarla così, ma se lo metto insieme a tutto il resto, quell'uomo conserva comunque un'aura di mistero.

In verità, non so poi molto di lui. Ogni dettaglio che mi dà sembra quasi...

vago. Prendo in considerazione di tutto, dal criminale al bugiardo, ma non mi viene in mente nulla che possa cambiare ciò che sento nel cuore.

Chiunque o qualunque cosa sia, ha salvato la vita di Maddie.

Questo gli vale una montagna di perdono.

A proposito...

Guardo il telefono. L'unico messaggio sullo schermo è la conferma dell'ordine del cinese da asporto al piano di sotto.

Amy non mi scrive dall'ultimo litigio, e mi manca il suono della sua voce.

È difficile tracciare un confine, considerando che aveva mia figlia intorno alla droga, ma mi manca.

È esattamente la persona a cui racconterei tutta questa eccitazione per Pierce, compreso il fatto che sono quasi certa di innamorarmi di lui dopo il miglior sesso della mia vita.

Invece, quei pensieri restano imbottigliati dentro di me, portandosi dietro un'ondata di solitudine.

«Mamma?» Maddie fa scivolare di nuovo il foglio verso di me. «E i tuoi genitori?»

Abbasso lo sguardo sul foglio, ingoiando il disgusto per gli stronzi che mi hanno messa al mondo. «Be'... mia madre si chiamava Hilary, e mio padre si chiamava Brent.»

Maddie scarabocchia obbediente i nomi.

«E i loro genitori?»

«Non lo so, tesoro. Mi dispiace.»

«Uffaaaa.» Si lamenta a gran voce. «Ma io voglio un albero grande!»

«Lo so. Purtroppo, la nostra è una famiglia molto piccola.»

Maddie aggrotta subito la fronte. «Mi porti in biblioteca?»

«A fare cosa?»

«A cercare le persone!»

«Non puoi cercare persone a caso, tesoro. Non è così che funzionano gli alberi genealogici.»

«Questo lo so», ribatte seccata. «Posso cercare te e poi cercare la nonna!»

Il cuore mi si ferma nel petto. È la prima volta che Maddie si riferisce ai miei genitori, figuriamoci chiamare quella donna «nonna». Come si dice a una bambina di sei anni che i suoi nonni erano più interessati all'alcol e alla cocaina che alla loro stessa figlia?

Mi salvano parecchi colpi alla porta, che mi costringono ad alzarmi mentre il cuore mi balza in gola. Pur sapendo che è la cena che ho ordinato al piano di sotto, ogni colpo alla porta mi fa ancora correre un brivido lungo la schiena, nel caso trovassi di nuovo Trik dall'altra parte.

Scompiglio i capelli di Maddie, con suo grande disappunto, e mi affretto alla porta.

«Salve, grazie mille per averlo portato su», dico aprendo la porta. «Quanto le devo⁠⁠—»

Un pugno possente mi colpisce il viso con una forza tale che finisco subito contro l'attaccapanni con un ansito spezzato.

Macchie danzano davanti ai miei occhi, mentre un dolore caldo e pulsante mi esplode nel naso e mi scuote tutto il cranio.

I ganci dell'attaccapanni mi si conficcano nella schiena, pungendomi una spalla e costringendomi a torcermi di lato.

Un altro pugno mi prende alla mascella e crollo a terra quasi senza fare rumore, completamente stordita dalla forza del colpo. Stivali pesanti mi passano accanto tuonando, poi due mani mi afferrano per la maglietta e mi trascinano in alto.

«Dov'è il fottuto denaro?» tuona una voce maschile attraverso il passamontagna verde brillante che gli copre il viso.

Mentre la testa mi ricade all'indietro, intravedo altre due persone: una indossa un passamontagna blu e l'altra uno giallo.

Entrambe si dirigono verso il salotto, e gli allarmi mi esplodono nella mente.

Maddie!

Comincio a dimenarmi, scagliando una mano in avanti e divincolandomi dalla presa del mio aggressore. «Madeline!»

Dal salotto si levano subito le sue urla terrorizzate, e tiro un calcio al mio aggressore, colpendolo alla caviglia mentre mi rialzo di scatto.

Il sangue mi cola dal naso e mi gocciola in bocca mentre corro, ma faccio solo tre passi prima di essere placcata a terra dal peso dell'uomo con la maschera verde.

«Oh, no che non lo fai», ringhia, trascinandomi per i capelli.

Alzo le mani e comincio a colpirlo freneticamente a palmi aperti, schiaffeggiandogli il viso e le spalle, poi le braccia e i polsi, mentre cerco di respingerlo con tutte le mie forze.

«Lasciami! Levati cazzo da dosso! Levati, levati, levati!» Non smetto. Non posso. Le urla di Maddie tagliano l'aria come una sirena, gelandomi il sangue. La nausea mi attorciglia lo stomaco.

Verde afferra una ciocca dei miei capelli e mi strattona la testa all'indietro, poi mi sferra pugni sul viso ancora e ancora. Tre colpi possenti mi rispediscono in uno stato di stordimento e dolore, e gemo con la bocca piena di sangue, sbattendo lentamente le palpebre.

«Dimmi dove sono i fottuti soldi», ringhia di nuovo la voce. «E faremo in fretta. Non faremo del male alla bambina se ce lo dici e basta!»

La vista mi si annebbia e si oscura. Il dolore pulsa su tutto il viso e le grida terrorizzate di Maddie all'improvviso si attutiscono. Non riesco a pensare. Non riesco a parlare. Riesco a malapena a respirare attraverso il sangue che mi intasa il naso.

«Avanti, puttana!» urla l'uomo. Il pugno successivo mi fa perdere conoscenza.

Mi risveglio quasi subito con un sussulto, anche se il sangue secco che mi tende sul viso e il fatto che ora sia in cucina mi dicono che è passato del tempo.

Sbattendo le palpebre come un gufo, mi lecco le labbra e trasalisco quando il sapore ferroso del sangue mi torna in bocca e i denti sfiorano una ferita all'interno della guancia.

Ho le mani sollevate sopra la testa, legate con qualcosa di stretto e sottile che mi taglia la pelle quando provo a liberarmi.

Sono legata allo sportello del forno, che trema mentre tiro contro i lacci.

Il mio appartamento è buio e silenzioso.

Non un suono.

Niente urla. Niente grida.

Mi hanno lasciata qui? Che cazzo è successo? È Trik? Se sta mantenendo la sua minaccia, perché mi chiedevano dei soldi?

La risposta arriva un attimo dopo, quando il rumore che ho fatto muovendomi contro lo sportello del forno attira uno degli uomini in cucina.

È alto e largo di spalle, con un passamontagna giallo brillante a coprirgli il viso.

Poi entra quello con la maschera blu, più basso di quello giallo e anche più magro.

Lo segue e si appoggia al tavolo a braccia conserte, finché l'uomo con la maschera verde non irrompe dentro a passi pesanti con un grugnito.

«Tieni d'occhio la bambina», abbaia all'uomo con la maschera blu, che alza una spalla e sparisce dalla cucina.

«No», gracchio, scuotendo la testa dolorante. «Non... non osate toccare mia figlia. Se le avete fatto del male, giuro su Dio...»

Verde ride e si avvicina, accucciandosi davanti a me e afferrandomi una manciata di capelli.

Mi tira indietro la testa e alzo lo sguardo verso le lenti lucide e tonde che coprono i buchi per gli occhi.

Costretta a respirare con la bocca per via del naso rotto, ansimo per il dolore, solo per soffocare un istante dopo quando mi spinge la canna di una pistola in bocca.

Il metallo mi raschia i denti e qualcosa di affilato mi punge il palato, mentre la canna liscia mi preme fredda e dura contro la lingua.

La paura mi afferra con tanta ferocia che è come se tutto il mio corpo si fosse bloccato e venisse stretto e torto sempre di più.

Con il cuore che mi martella così freneticamente, finirò per vomitare o cagarmi addosso.

«Facciamola semplice», sogghigna Verde. «Dicci dove cazzo nascondi la tua scorta, e non ti spargerò il cervello per tutta la cucina, chiaro?»