8 Pierce
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PIERCE
Le lacrime innescano i singhiozzi e, nel giro di pochi secondi, Layla piange così forte da riuscire a malapena a far passare un filo d’aria tra le labbra.
Il sangue cola da un taglio sul sopracciglio e una rabbia diversa da qualsiasi cosa abbia mai provato mi si annida nel petto come un grumo.
«Layla.»
Lei boccheggia e soffoca, aggrappandosi a me con entrambe le mani.
«Layla.»
Un lamento straziante le squarcia la gola e lei crolla contro il mio petto, singhiozzando come se stesse per andare in pezzi.
Accanto a me, Moses fissa il telefono e scuote appena la testa una sola volta.
L’uomo che avevo ordinato a Moses di mettere alle calcagna di Layla stava seguendo il veicolo rubato, ma quel cenno mi comunica la brutta notizia: l’hanno perso.
È sorprendente, considerata la differenza tra i veicoli, ma adesso non ho tempo di pensarci.
«Layla, vieni con me.» Tenendole un braccio attorno al corpo, le afferro il gomito e, molto lentamente, la convinco ad alzarsi.
«Maddie è in macchina», geme tra un respiro affannoso e l’altro.
«I-io ho cercato di... ho cercato... oh, mio Dio.
» Ogni parola le esce strozzata, come se le stesse artigliando la gola, decisa a non raggiungere le orecchie di nessuno.
Quando incespica in avanti, mi chino e la sollevo tra le braccia come una sposa.
Il tempo è essenziale e sarò delicato quanto posso, ma ho bisogno di informazioni.
Moses corre avanti e apre la portiera della nostra auto parcheggiata alla rinfusa, permettendomi di entrare e adagiare Layla sul sedile posteriore. Lei mi serra una mano attorno al polso, rifiutandosi di lasciarmi andare anche solo per un secondo mentre mi siedo accanto a lei.
«Layla, devi dirmi cos’è successo.»
Boccheggia in cerca d’aria, soffocando nelle lacrime che le scorrono sul viso e si mescolano al sangue del taglio sul sopracciglio.
Ogni respiro affannoso mi trafigge come una lama gelida e non riesco a impedirmi di stringermi a lei e prenderle delicatamente tra le mani il volto umido.
«Layla.»
I suoi occhi sconvolti finalmente si posano su di me.
«Fai un respiro profondo, come me.» Inspiro in modo esagerato e lei boccheggia, sussultando tra le mie mani prima di cercare di imitarmi. Mentre mantengo la sua attenzione su di me, l’auto prende vita rombando intorno a noi.
«P-Pierce», gracchia Layla quando riesce a inspirare di nuovo.
«Sono qui. Layla, devi dirmi esattamente cos’è successo.»
«I-io ho lasciato... ho lasciato la borsa dentro. Ho messo Maddie in macchina e sono andata a prenderla, poi sono uscita e quegli uomini s-stavano forzando la mia auto! I-io ho urlato e ho cercato di fermarli, ma lui...» Tossisce con violenza. «Mi ha dato un pugno!»
I miei occhi scattano verso la ferita sanguinante sul suo sopracciglio. Ecco spiegato il taglio.
«Sono caduta e poi mi ha preso a calci!» All’improvviso si stringe entrambe le mani attorno al ventre, mentre le spire di rabbia nel profondo del mio petto cominciano a scendermi nello stomaco.
«H-ho cercato di dirglielo. Li ho implorati di lasciarmi Maddie.
Potevano prendersi la macchina, non m’importava, ma non mi hanno ascoltata. Sono partiti e basta! Oh, mio Dio...»
Le lacrime le inondano le guance e bagnano i miei pollici mentre la sorreggo, senza permetterle neanche una volta di accasciarsi in avanti. Ho bisogno di ogni singolo dettaglio.
«Cos’avevano addosso?»
Il suo sguardo guizza da un mio occhio all’altro. «I-io non lo so.»
«Sì che lo sai, Layla. Dimmi cos’avevano addosso.»
«Ehm... ehm... nero. Erano tutti vestiti di nero. No...» All’improvviso esita e aggrotta la fronte. «Credevo fossero vestiti di nero, ma uno di loro aveva una felpa, forse con il cappuccio, ed era rosso scuro. N-ne sono quasi sicura.»
Mentre parliamo, Moses si destreggia nel traffico cittadino e alla fine ci fa fermare davanti all’appartamento di Layla.
«Layla, parlami della tua macchina.»
Il suo viso si contrae. «I-io non lo so! È una macchina!»
«Allora dimmi quello che sai.» Le faccio scivolare una mano sul lato del collo, dove il battito frenetico le pulsa contro il palmo. «Qualsiasi cosa, tutto quanto.»
Lei sbatte le palpebre e boccheggia, poi chiude gli occhi e comincia a elencare tutto ciò che ricorda.
La marca, il modello, la targa e persino l’ottimo dettaglio che una portiera è di una tonalità di verde più scura rispetto alle altre perché la macchina è di seconda mano.
Non appena finisce, Moses scende dall’auto con il telefono all’orecchio.
«Layla, Maddie sa come tornare a casa?»
Ogni volta che pronuncio il suo nome, le sopracciglia le fremono appena. Apre gli occhi e mi guarda dal basso. «Ha solo sei anni.»
«Conosce l’indirizzo?»
Layla annuisce tremando. «Lei, ehm...» Tira su col naso.
«Non conosce la strada, m-ma sa a memoria il nostro indirizzo.
Me ne sono assicurata. Sì. Me ne sono assicurata.
Oh, mio Dio, e se fanno del male alla mia bambina?
» Solleva le mani e me le stringe attorno ai polsi mentre un gemito le vibra nel petto.
«Di solito i ladri d’auto non amano sporcarsi le mani», rispondo con dolcezza. «Potrebbero averla fatta scendere qui vicino.»
«L’avrebbero abbandonata in città?» Gli occhi di Layla si spalancano inorriditi, mettendo in evidenza il mio errore nell’aver avanzato una simile ipotesi. Cerco di distrarla uscendo dall’auto e portandola con me.
«Oh, Dio, dobbiamo chiamare la polizia! Il mio telefono... il mio telefono è rotto, oh, mio Dio. Posso usare il tuo?» Layla mi afferra il braccio, poi alza lo sguardo verso il suo appartamento. «Mi hai portata a casa?»
«Questo è il posto migliore per te, nel caso Maddie torni a casa o qualcuno la accompagni qui se conosce l’indirizzo... Layla!»
Si è già divincolata da me e sta correndo lungo il vicolo, poi sale i gradini a due a due fino alla porta. Purtroppo è ancora chiusa a chiave e Layla vi si accascia contro, disperata.
«Moses.» Lo guardo mentre ci affrettiamo a raggiungerla. «Devi restare con lei.»
«Ricevuto.»
«Hai una pista?»
«No, ma, considerate la marca e il modello, la sua macchina non ha niente di speciale. Potrebbe essere stato un colpo casuale di qualche stronzo che voleva fare soldi in fretta.»
Quando arrivo in cima alle scale, Layla è riuscita a entrare a forza nell’appartamento e la sua voce giunge dall’interno.
«Pronto? Polizia? D-devo denunciare un rapimento!»
«Merda.» La polizia non fa che complicare ulteriormente le cose. Passano più tempo a fare domande che ad agire davvero e, quando riusciranno a darsi una mossa, Dio solo sa cosa potrebbe essere successo a Maddie.
«Tienila d’occhio.»
«Pierce?» Layla compare all’improvviso sulla soglia con un vecchio telefono premuto all’orecchio. «Mi hanno messa in attesa.»
Ma certo.
Mi avvicino e le accarezzo la guancia bagnata. «Troverò Maddie. Tu devi restare qui. Moses, occupati della sua ferita. Layla, resta qui, d’accordo? Promettimelo.»
«Dove vai? Come farai a trovarla? Non capisco.»
La verità non farebbe che sconvolgerla ancora di più, ne sono certo, così mi avvicino e le bacio molto brevemente la sommità del capo. «Te la riporterò.»
I respiri angosciati di Layla mi seguono come una nube temporalesca mentre scendo in fretta i gradini e mi lancio nell’auto che mi aspetta.
Lasciarla così sconvolta mi uccide, ma non quanto il timore di ciò che potrebbe stare accadendo a quella bambina innocente.
Mentre il mio autista sfreccia tra le strade, chiamo mio fratello.
«Adrian?»
«Pierce. Che succede?»
«C’è una bambina scomparsa. Mi servono occhi su tutta la città.»
«Cosa? Che cazzo sta succedendo?»
«Non adesso.»
«Merda. D’accordo. Cos’hai?»
Gli riferisco i dati dell’auto e la descrizione dei due che l’hanno rubata.
«È una vecchia macchina», osserva Adrian. «Non vale la pena rubare una cosa del genere.»
«Non credi che l’abbiano fatto per soldi?»
«No. Non varrebbe la pena vendere neanche i pezzi. A meno che...»
«A meno che?» Stringo i denti e mi protendo sul sedile. «Non ho tempo per gli “a meno che”.»
«Di solito auto del genere finiscono nelle officine clandestine, sai? Questi tizi escono, le fregano e poi danno loro una riverniciata. Le preparano per usarle come veicoli dei corrieri e stronzate simili.»
«Ce ne sono in zona?»
«Merda, più di quante potremmo contarne io e te.»
«D’accordo. Puoi procurarmi occhi sul posto?»
«Su ogni officina clandestina della città? Sei impazzito?»
«Adrian, non posso spiegarti quanto sia importante per me, ma quell’auto è stata rubata e sul sedile posteriore c’è una bambina. Puoi aiutarmi oppure no?»
Adrian sospira profondamente. «Restringi l’area di ricerca e potrò aiutarti.»
Riattacco. La telefonata successiva è per uno dei miei contatti nella polizia.
Come sempre, non è contento di sentirmi, ma dopo che gli fornisco la descrizione dell’auto e gli faccio capire quanto sia urgente la questione, mi dà ciò che mi serve.
Rintracciare il veicolo tramite le telecamere di sorveglianza a quest’ora della notte è un gioco da ragazzi, e si guadagna la bella mazzetta che gli farò avere.
Una volta ottenuto l’indirizzo, lo mando ad Adrian.
Venti minuti dopo, ci fermiamo davanti a un minimarket fatiscente.
«È questo il posto?» Adrian, mio fratello minore, è già qui con un fucile in mano e parecchi dei nostri uomini sparsi per il parcheggio. «Non sembra un’officina clandestina.»
«È l’unico posto in cui può essere andata l’auto. Sono comparsi all’incrocio là dietro e non sono mai riapparsi dall’altra parte. Questo è l’unico edificio, quindi o sono qui, oppure hanno abbandonato l’auto da qualche parte fuori strada», spiego, estraendo la pistola dalla fondina.
«Chi è questa bambina?» domanda Adrian. «In che casino ci stiamo cacciando?»
«Nessun casino. Solo un caso di scambio d’identità.»
Adrian inarca un sopracciglio e si guarda intorno. «Sai chi comanda in questa zona?»
Interrompo il controllo dell’arma e alzo lo sguardo. «Nel territorio di chi siamo?»
Adrian alza le spalle. «Di nessuno che io conosca, è per questo che te lo chiedo.»
Se Moses fosse qui, conoscerebbe già ogni dettaglio della zona, ma con la vita di Maddie in pericolo non c’è tempo di aspettare. «Non ha un cazzo d’importanza. Non m’interessa chi sei: non rapisci una bambina. Nessuno che conosciamo farebbe una stronzata del genere.»
«Quindi possiamo sparare a vista?» Il passato militare di Adrian balena nel suo sorriso avido e io annuisco.
«M’importa soltanto della bambina.»
Adrian molleggia sugli avampiedi come un bambino a cui abbiano dato il permesso di prendersi una barretta di cioccolato, poi attraversa la strada per primo, con i nostri uomini che si stringono attorno a lui.
Il minimarket sembra abbandonato e dimenticato dal mondo, con la porta sbarrata da assi e le serrande metalliche coperte di graffiti abbassate su tutte le finestre.
Quando uno dei miei uomini forza la porta, mi preparo all’inconfondibile puzza di cibo vecchio e detergenti scaduti, ma l’odore che ci investe è tutt’altro. L’olio per motori e il calore nell’aria indicano un’officina clandestina e sono quasi impressionato dall’allestimento.
L’interno del minimarket è stato completamente svuotato.
Frigoriferi e scaffali sono stati sostituiti da macchinari che di solito si vedono nelle officine, con travi metalliche sul soffitto, ganci, carrucole e diversi barili pieni di grasso e olio.
L’odore mi rivolta appena lo stomaco e noi restiamo chinati e silenziosi mentre entriamo.
Adrian è in testa, ma si ferma quasi subito e torna al mio fianco. «Guarda.» Indica una parete accanto a una porta inondata di luce. «Teschi rosa e croci verdi.»
«Chi sono?»
«Nessuno. Solo una gang di strada del cazzo. Rubano auto e vendono i pezzi ai ricettatori locali. Alimentano il ciclo delle macchine scassate che finiscono nelle officine, quelle fanno soldi e restituiscono una percentuale al venditore.»
«Come fai a saperlo?» domando, guardandolo con gli occhi socchiusi.
«Mi paghi per sapere queste stronzate», risponde Adrian.
«Andiamo.» Mentre inclina la testa per invitarmi a seguirlo, un uomo con pantaloni cargo a vita bassa e una canottiera bianca sporca attraversa la porta illuminata, tirando su col naso.
Ha le braccia striate di grasso e olio e si passa una mano sulla testa rasata quasi a zero. Poi si immobilizza.
Tra noi trascorre un istante di silenzio mentre incrocia lo sguardo di uno dei miei uomini, poi dalla sua gola esplode un grido d’allarme mentre afferra la pistola infilata nella cintura.
«Sbirri!»
L’uomo morì gorgogliando sangue quando Adrian gli sparò un solo colpo alla gola, ma il suo grido fu la scintilla che accese il panico nel resto della gang.
Io e Adrian passammo per primi attraverso la porta, aprendo il fuoco sugli uomini e le donne che si riversavano all’interno del garage improvvisato.
Si urlavano contro, sparavano senza pensarci due volte e si acquattavano tra le carcasse svuotate di parecchie auto.
Scattai a sinistra dopo la porta e sparai colpi precisi, ogni proiettile conficcato nella gamba o nella gola di uno degli aggressori.
Il calore mi aderiva alla pelle e mi ostruiva la gola mentre mi abbassavo dietro un bancone, evitando per un soffio tre proiettili diretti verso di me. Quel genere di fuoco indiscriminato mi faceva incazzare, soprattutto se Maddie era lì dentro da qualche parte.
Ma, con la stessa rapidità con cui era iniziato lo scontro a fuoco, il metodo sistematico con cui Adrian ripuliva un’area riportò il silenzio, mentre chiunque avesse una pistola in mano finì morto. Sbirciai oltre il bancone e lo guardai controllare ogni cadavere, poi la vidi.
L’auto di Layla.
Ogni pensiero per la mia sicurezza mi abbandonò mentre mi lanciavo in avanti, il sangue gelato dal timore che un proiettile vagante di uno di quegli stronzi potesse essere finito vicino al veicolo. Due fori di proiettile segnavano il bagagliaio ma, per fortuna, non c’era altro.
Abbassai la pistola e guardai attraverso il lunotto posteriore, con il cuore in gola.
Maddie.
«Hai trovato la bambina?» giunse la voce di Adrian mentre sparava un altro colpo.
Le mie dita sfiorarono la maniglia e aprii la portiera con tutta la delicatezza possibile, rivelando per intero il volto addormentato di Maddie.
Non reagì: non emise alcun suono né fece il minimo movimento mentre sganciavo le cinghie del seggiolino e la sollevavo con estrema delicatezza tra le braccia.
A parte un sospiro, rimase profondamente addormentata e il sollievo mi travolse come un’ondata rovente.
«Ce l’ho», dissi, incrociando lo sguardo sollevato di mio fratello. «Riportiamola a casa.»