Silver Sinner 5 Layla #2
13%

5 Layla #2

Esce sbattendo la porta del mio appartamento senza dire un’altra parola. Mi affretto a seguirla e chiudo subito a chiave non appena la porta si richiude, poi entro in salotto, dove Maddie guarda i suoi cartoni, ignara di tutto.

La sollevo tra le braccia, strappandole un verso infastidito mentre stringe una pallina di pane tostato nel pugno. Continua a concentrarsi sui personaggi dei cartoni che danzano sullo schermo mentre le bacio la sommità della testa.

«Mamma», si lamenta Maddie quando non la lascio andare abbastanza in fretta. «Sto guardando!»

«Lo so, tesoro. Lo so.» Lasciandola andare, scivola giù dalle mie ginocchia e torna sui suoi cuscini, senza staccare gli occhi dallo schermo neppure una volta. «La mamma ti chiede scusa.»

L’odore di pane tostato bruciato mi riporta in cucina, dove le due fette per me saltano fuori dal tostapane carbonizzate e nere. Le parole di Amy mi turbinano nella mente, insieme alla sua accusa che io abbia dei soldi su cui contare.

Da quando le ho confidato una parte del mio passato, ha frainteso enormemente la mia esperienza ed era troppo doloroso ripeterla, così gliel’ho lasciato credere.

Adesso, l’idea di correggerla dopo tutto questo tempo mi sembra soltanto inutile.

E vana.

Mentre butto i resti cremati della mia colazione, il telefono vibra forte sul bancone: un messaggio da un numero sconosciuto.

[Sconosciuto] Dobbiamo parlare.

Fissandolo, il cuore mi si solleva appena mentre il volto di Pierce fa capolino nei miei pensieri.

Sarebbe riuscito a trovare il mio numero?

Sembra abbastanza ricco da avere qualcuno in grado di farlo.

Sblocco il telefono digitando il codice, ma quando il messaggio si apre del tutto, il cuore mi sprofonda.

Non è Pierce.

È lo stesso numero che, negli anni, mi ha mandato a intermittenza messaggi con richieste e minacce varie, mai messe in pratica.

Non gli ho mai risposto. Non gli ho mai dato retta.

Questo, come ogni altro suo messaggio inutile, non ha alcun peso, così lo chiudo semplicemente con un gesto mentre Maddie corre in cucina con le briciole sul viso.

«Finito!» dichiara. «Parco adesso?»

Il mio prossimo turno da Frank’s è tre giorni dopo che Pierce mi ha riaccompagnata a casa e, mentre chiudo a chiave la porta d’ingresso, gioco con l’idea di dirgli qualcosa.

Non ha mai infranto la sua routine, il che significa, si spera, che lui e Moses dovrebbero presentarsi oggi.

Dovrei riuscire a offrire loro un pranzo di ringraziamento come meritano.

«Mamma», si lamenta Maddie al mio fianco. «Andiamo!» Le brillano gli occhi al pensiero di venire al lavoro con me, anche se questo mi riempie di una lieve apprensione. Per quanto il mio capo sia gentile, portare mia figlia al lavoro non fa una buona impressione, per quanto io possa lavorare sodo.

«Arrivo, arrivo. Tieniti alla ringhiera, Maddie. Non voglio che tu cada.»

Obbedisce e comincia a scendere le scale, poi lancia un gridolino di gioia. «Amy! Vieni anche tu al lavoro?»

Mi volto dalla porta e vedo Amy che percorre il vicolo verso di me, con un sorriso timido e impacciato sul volto. «Ciao, Maddie.»

Maddie raggiunge il fondo dei gradini e corre verso Amy, che si china e la stringe in un grande abbraccio. Si allontana proprio quando le raggiungo e prendo Maddie per mano.

«Andiamo, tesoro. Oggi devo prendere la macchina.»

«Quel vecchio catorcio?» scherza Amy debolmente. «Mi sorprende che funzioni ancora.»

«Non voglio andare a piedi con Maddie», rispondo seccamente.

«Permesso.» Passandole accanto, conduco Maddie verso la mia auto, parcheggiata all’estremità opposta del vicolo.

Ha visto giorni migliori, ma è utile per spostarsi, soprattutto con Maddie.

È già abbastanza difficile tenere a bada una bambina di sei anni troppo eccitata, così con la macchina sostituisco la paura che corra in strada con quella di fare un incidente.

Almeno, un incidente posso controllarlo io.

«Layla, possiamo parlare?» Amy si affretta dietro di me, quasi saltellando per starmi dietro.

«Devo andare al lavoro.»

«Ti prego. Senti, lascia Maddie a me. Posso badare a lei mentre lavori, gratis! Fammi dimostrare che puoi fidarti di me. Layla, ti prego.»

La ignoro finché Maddie non è sistemata al sicuro sul sedile posteriore della mia auto, poi mi volto verso di lei. «Dove stai?»

«In hotel.»

«E come lo paghi?»

Lo sguardo di Amy cade a terra. «Drake.»

«Non mi fido di te, Amy. E non mi fido di uno spacciatore vicino a mia figlia. Lasciami in pace.»

«Layla, ti prego⁠⁠—»

«Devo andare.» Passandole accanto, salgo in macchina e mi allontano, ma il volto di Amy resta nello specchietto retrovisore.

Avendo avuto il tempo di elaborare quello che mi ha detto, la rabbia ha lasciato posto a un dolore più compassionevole.

Sta attraversando un brutto periodo e Drake è un uomo difficile con cui andare d’accordo.

Per quanto le voglia bene e desideri aiutarla, però, ha messo Maddie in pericolo e non sono ancora pronta ad affrontarlo.

«Sei arrabbiata con Amy?» chiede Maddie, fissando fuori dal finestrino.

«Sì, tesoro.»

«Perché?»

«Perché ha fatto una cosa non bella.»

«Oh.» Maddie, apparentemente soddisfatta, torna a guardare fuori dal finestrino con un sorriso, e arriviamo al lavoro senza altre domande.

Dopo averla sistemata nel suo tavolino con un album da colorare e dei pastelli, l’inizio del mio turno vola via.

Sembra che oggi ci siano tutti i clienti abituali, e ognuno di loro ha portato più persone con sé, così per l’ora di pranzo sono già esausta.

Concentrata sulla cassa, il tintinnio del campanello sopra la porta mi fa attraversare da un’ondata di apprensione.

«Arrivo subito», dico mentre conto in fretta il resto. «Si sieda pure o scelga un tavolino…»

Alzo la testa e mi interrompo quando mi ritrovo faccia a faccia con Adam, l’uomo orribile del mio ultimo turno, deciso a umiliarmi per una scommessa.

Lo stomaco mi precipita all’istante, e il cuore comincia a martellare.

In mezzo secondo, divento iperconsapevole di Maddie e temo che possa assistere a qualcosa come ciò che è successo prima.

«Posso parlarti?» dice con voce burbera. Solo quando si sporge in avanti noto le stampelle incastrate sotto le ascelle e la gamba avvolta in un tutore spesso e pesante.

«Non ho niente da dirti», rispondo tesa. «Farò occupare di lei da qualcun altro del personale.»

«No», scatta. «Devi essere tu.»

Il calore mi risale lungo il collo, ma proprio mentre l’ansia affonda gli artigli in me, il campanello della porta suona di nuovo ed entra l’uomo affascinante e più grande dei miei sogni.

Pierce.

E, come sempre, Moses lo segue subito dopo.