2 Layla
LAYLA
«Cosa?»
L'uomo che mi fissa dal basso con gli occhi castani sgranati è, in una certa misura, bello.
Il naso lungo, il mento appuntito e i capelli tirati all'indietro mi ricordano un ratto dei cartoni animati di un film che ho visto non molto tempo fa.
I suoi due amici, dall'altro lato del separé, si spingono a vicenda, soffocando le risate dietro i denti, e da sotto il tavolo si leva un parapiglia, come se si stessero incitando a vicenda a colpi di calci.
«Esci con me», ripete l'uomo dalla faccia da ratto.
Il calore mi inonda il petto e una violenta ondata di pelle d'oca bollente mi si forma sulle spalle. È come se la tavola calda fosse svanita e un gigantesco riflettore avesse sfondato il soffitto per puntarmi addosso e mettermi in mostra davanti a chiunque sia a portata d'orecchio.
Nonostante la tensione alla mascella, costringo il sorriso a restare al suo posto. «No.»
«No?» Le sue folte sopracciglia si sollevano. «Non hai nemmeno avuto il tempo di pensarci.»
«Il tempo l'ho avuto. Non cerco niente, grazie.»
«Senti.» L'uomo tira su col naso. «Mi chiamo Adam. Fidati quando ti dico che potrei farti passare una serata dannatamente bella e, a giudicare dal tuo aspetto, è da un po' che nessuno te ne fa passare una così.»
I suoi amici esplodono in fragorose risate, accasciandosi l'uno contro l'altro mentre lo sguardo di Adam scende fino alla mia vita per poi risalire al mio viso.
Se il pavimento potesse aprirsi e inghiottirmi in questo preciso istante, sarebbe fantastico.
Naturalmente non succede, così la butto sul ridere, come faccio ogni volta che qualcuno pensa che sarei l'appuntamento perfetto per lui.
Certo, di solito quelle persone sono già ubriache quando arrivano, e questo tizio sembra sobrio come un giudice.
«No, grazie.»
«Sul serio?» Adam si avvicina al bordo del separé.
«Ti sto offrendo la serata più bella della tua vita!
Voglio dire, quand'è stata l'ultima volta che uno figo come me si è interessato a te?
Non mi importa nemmeno che tu sia grassa.
» Si sporge in avanti e abbassa la voce.
«Però magari non sederti sulle mie ginocchia, eh? »
Il calore mi divampa sulle guance quando le sue parole mi colpiscono con la forza di un pugno, e faccio un passo indietro mentre un'ondata di debolezza mi attraversa le gambe.
Mi viene da vomitare.
La mente mi urla di dire qualcosa, di rispondergli a tono per quanto è disgustosamente maleducato o di dirgli che non uscirei mai con uno schifoso come lui, ma le parole non arrivano. Riesco soltanto a fissarlo mentre il mondo intero attorno a me sembra raddoppiare di dimensioni.
Non riesco a parlare.
Ma posso agire.
Non ricordo nemmeno di avergli rovesciato addosso l'acqua ghiacciata, ma all'improvviso è in piedi, con cubetti di ghiaccio che gli piovono tutt'intorno sul pavimento e un'enorme macchia bagnata che gli impregna i jeans azzurro chiaro.
La brocca che ho in mano è infinitamente più leggera e il cuore mi martella come se stesse per sfondarmi il petto.
«Puttana!» ringhia Adam. «Che cazzo di problema hai, stronza grassa?!»
Fa un passo avanti e io—
Batto le palpebre.
Sono schiacciata contro il bancone, incastrata tra due sgabelli, mentre qualcun altro si frappone tra me e la furia di Adam.
Qualcuno di alto, con una giacca di completo grigia dal taglio impeccabile che copre spalle larghe e una folta chioma scura attraversata da migliaia di ciocche argento e bianche, pettinate come vortici di menta che si mescolano al cioccolato fondente.
Inspirando, il profumo di spezie e mango mi invade i polmoni e capisco chi è.
Pierce.
Era seduto due separé più in là, a mangiare patate hash brown e uova con caffè nero, mentre il suo povero amico lottava con la nostra pessima bistecca.
Mangiano qui tre volte alla settimana, sempre nello stesso separé e di solito ordinano le stesse cose.
La prima volta che ha mangiato qui, ero sicura che si fosse perso, perché il taglio del suo completo a tre pezzi e l'eleganza disinvolta del suo stile cozzavano con l'atmosfera casalinga e malandata di questa tavola calda.
Sembra uscito direttamente da un catalogo per ricchi, e lascia mance da ricco.
Mance sempre generose. Sempre gentile. E molto affascinante per un uomo più grande.
«Quanto?» chiede Pierce con una voce bassa e morbida.
Mi ci vuole un lungo istante per capire che sta parlando con Adam. Diversi altri clienti hanno abbandonato i loro pasti per godersi lo spettacolo e, con la coda dell'occhio, scorgo Tanya vicino alla porta, stretta nel cappotto che si è avvolta attorno alle spalle.
«Quanto?» ripete Pierce con la stessa voce. «Quanto avete scommesso su di lei, piccoli ratti? Quanto avete deciso che valesse una donna perbene e lavoratrice, per il vostro meschino divertimento malato? Avanti, prima non vedevate l'ora di parlare. Ditemelo. Quanto?»
I due amici di Adam balzano in piedi dal separé per aiutarlo, ma Moses avanza subito e li sovrasta entrambi con la sua altezza.
Dio, mi viene da vomitare.
Le viscere mi si aggrovigliano in un groviglio rovente e abbandono la brocca sul bancone prima che mi sfugga di mano. Non riesco a sopportarlo. Devo andarmene.
«Ma stai scherzando?!» sbraita Adam. «Quella stronza mi ha rovesciato addosso quella merda. Hai idea di quanto costassero questi jeans?!»
Pierce fa un passo avanti, calmo. «Quanto.»
Aspetta... di che cosa sta parlando Pierce?
«Cinquanta dollari», borbotta Adam.
«Cinquanta.» Il disgusto macchia la voce pacata di Pierce. «Avete deciso che insultare e umiliare una donna per il vostro disgustoso gioco valesse soltanto cinquanta dollari? Moses...» Pierce inclina la testa. «Tu sei uno che scommette.»
«Già», grugnisce Moses.
«Secondo te quanti pugni ci vorrebbero prima che questo piccolo stronzo se la faccia addosso nei suoi jeans nuovi? Io dico... tre.»
«Tre?» Moses risucchia l'aria tra i denti. «Va bene. Cinquanta dollari, giusto?»
«Cinquanta dollari», risponde Pierce. «Ci aggiungo pure una fetta di torta.»
«Al diavolo», abbaia all'improvviso uno degli amici di Adam, scavalcando il tavolo per afferrare il braccio dell'amico. «Andiamo, amico, non ne vale la pena!»
Adam sogghigna, squadrando Pierce da capo a piedi. «Già. Non ne vale un cazzo la pena. Non mi metto a picchiare un vecchio.» Nonostante la sprezzante arroganza nei suoi occhi, sussulta comunque quando Moses fa un passo avanti.
Tutti e tre si accavallano l'uno sull'altro nella fretta di scappare dalla tavola calda.
Passano di corsa accanto a Tanya e sbattono la porta dietro di sé, svanendo nella notte.
Una scommessa.
Era tutto... per una scommessa?
L'umiliazione mi brucia nel petto come un inferno e divampa ancora più feroce quando Pierce finalmente si volta verso di me.
«Mi dispiace tanto per quello che è successo, Layla», dice Pierce.
«Non fa niente!» squittisco, incapace di guardarlo negli occhi.
«Non fa niente. Non preoccuparti. Mi dispiace per quello.
Scusa, scusa!» Tutti gli occhi sono puntati su di me, da quelli di Pierce a quelli degli altri clienti, e il calore che intasa l'aria intorno a me mi rende impossibile respirare.
Scostandomi da Pierce, afferro la brocca e mi precipito via dalla scena, ora che le gambe hanno ricominciato a funzionare, e non mi fermo finché non arrivo fino in cucina.
Non appena le porte si richiudono oscillando, le lacrime arrivano, fitte e impetuose. Riesco a malapena a controllare il respiro, figuriamoci a costringerle a smettere. Ho affrontato un sacco di stronzi nella mia vita, ma quella è stata la cosa più umiliante che abbia mai vissuto.
Essere compatita in quel modo, insultata, e poi scoprire che era tutto per una scommessa di appena cinquanta dollari?
Il petto mi sta per collassare per quanto i respiri sono rapidi e corti. Barcollo contro uno dei banconi, singhiozzando, e mi trascino fino al lavello, dove afferro manciate di tovaglioli.
«Layla?» La voce di Tanya mi segue. «Layla? Oh, tesoro, stai bene? Mi dispiace tanto!» Svolta di slancio l'angolo, ma quando cerca di abbracciarmi, mi tiro subito indietro.
«Non farlo», ansimo attraverso la manciata di fazzoletti stretta nel pugno. «Sto bene. Sto bene.»
«No, non stai bene. Quei ragazzi erano proprio dei ratti. Non dar loro ascolto, va bene?»
«Sto bene!» Attraverso le lacrime, mi sforzo di sorridere. «È stato solo... troppo. Ti prego, sto bene.»
«Ne sei sicura?» Il suo viso si contrae per la preoccupazione, ma alla fine resta a distanza.
«Sì. Sì. Ehm, potresti chiedere a Taylor di prendere il mio posto davanti? Chiudo io per lei, è solo che... non voglio tornare là fuori stasera.»
Il viso di Tanya si scioglie in un'espressione di comprensione e annuisce. «Sì, glielo dico.»
«Grazie.»
«È solo che...» Sospira e infila entrambe le mani nelle tasche della giacca. «Sono degli stronzi, va bene? Non dar loro ascolto.»
«Non lo farò. Non lo farò.» Tanya si allontana e, grazie allo sforzo di mostrarmi forte per lei, le lacrime rallentano gradualmente e riesco a respirare un po' più facilmente.
Abbastanza grassa da dover essere riconoscente.
Al centro dello sterno pulsa un dolore profondo, stretto e pesante, come se qualcosa mi premesse contro il petto.
Forzando un respiro profondo, ritraggo la pancia e stringo i lacci del grembiule come se potessero nascondere il peso che porto attorno alla vita.
Ma anche quando mi guardo e contraggo ancora di più lo stomaco, non funziona.
Le loro parole hanno fatto triplicare ogni parte di me ai miei stessi occhi e non riesco a liberarmene. E Pierce?
Gettarsi tra loro in quel modo... è stato un gesto molto gentile, molto generoso, ma non riesco ad affrontarlo.
Non con il mio autocontrollo in frantumi e ogni parte di me che brucia come magma.
Così resto sul retro per il resto del turno, facendo quel che posso per aiutare in cucina a preparare da mangiare e poi a pulire mentre chiudono per la notte.
Le ordinazioni si riducono a nulla se non caffè e, gradualmente, uno alla volta, i membri del personale se ne vanno, lasciandomi sola a chiudere.
Quando scocca mezzanotte, la tavola calda è diventata silenziosa e il mio corpo, pur ancora a pezzi, torna a una temperatura più accettabile.
Voglio andare a casa, bere vino e piangere fino ad addormentarmi.
Essere invitata a uscire come parte di un trucco è già abbastanza brutto, ma cinquanta dollari? È davvero questo il mio valore, adesso?
È da tanto che non attribuisco al mio corpo alcun valore monetario, ma allora ero più magra, non per scelta.
Adesso sono solo io.
Chiudo tutte le finestre, sprangando tutte le porte, e mi tolgo il grembiule per infilarmi la giacca.
Mentre me la infilo sulle spalle, intravedo il mio riflesso nella porta del frigorifero.
Guance tonde, occhi cerchiati di rosso e pelle pallida mi fissano.
I capelli mi fuoriescono dallo chignon, così alzo una mano e sciolgo il fermaglio, poi tiro subito la maglietta verso il basso, come se potesse nascondere la curva della pancia o la pienezza dei fianchi.
Alcuni giorni, mi piace il mio aspetto.
Non oggi.
Il sibilo della cerniera mentre chiudo la giacca non è nulla in confronto al lieve fruscio del tessuto quando cammino.
A ogni passo i pantaloni mi sfregano tra le cosce e quel suono è diventato un segnale che non riesco più a ignorare.
Devo andare a casa.
Spengo tutte le luci, chiudo a chiave l'ultima porta e attraverso la sala da pranzo, che chiudo rapidamente dopo aver abbassato la serranda sulla porta. Il lucchetto scatta in posizione e infilo le chiavi in tasca, poi mi volto con l'intenzione di correre a casa più in fretta possibile.
Invece rimango in cima ai due gradini che conducono al parcheggio, mentre un paio di occhi grigi mi fissano da sotto sopracciglia scure.
«Layla.»
«Pierce?» Lo stomaco mi si annoda all'istante.
«Che cosa... ci fai qui?» Mi ero nascosta sul retro per il resto del turno per evitare una situazione del genere, ma ora Pierce è proprio qui, fermo davanti a me con una mano infilata nella tasca dei pantaloni.
«Hai dimenticato qualcosa nella tavola calda? »
«No. Ti stavo aspettando.»
«Cosa? Perché?»
«Voglio chiederti scusa.»
La nausea crescente nello stomaco, per essere stata colta di sorpresa, si arresta bruscamente. «Chiedermi scusa?»
«Moses mi ha raccontato cosa stavano facendo quei piccoli stronzi la settimana scorsa e non mi è passato per la testa che sarebbe successo di nuovo.
O meglio, avrei dovuto agire prima che ne avessero l'occasione, così tu, o qualunque altra donna lavori qui, non avreste dovuto subire il loro schifoso gioco.
Per questo, mi dispiace. Avrei potuto risparmiarti il dolore di quell'esperienza. »
«Oh. Voglio dire... Non è colpa tua. Non erano con te e, cioè, non fa niente. Sto bene.»
«Stai bene?» chiede piano Pierce. Mi colpisce all'improvviso la sensazione che siamo le uniche due persone al mondo e che me lo chieda perché ha davvero bisogno di saperlo.
«Sì. È... è stato orribile, non mentirò. Ma grazie per essere intervenuto. Probabilmente non avrei dovuto rovesciargli addosso l'acqua. Non mi sono nemmeno resa conto di farlo.»
«Meritava ben più di questo», risponde Pierce. «Ma prego.»
«Già.» Distolgo lo sguardo e scendo i gradini, ma Pierce non si sposta. Rimane lì a osservarmi, poi si schiarisce delicatamente la gola.
«Lascia che ti accompagni a casa.»
«Oh, non ce n'è bisogno. Non è lontano. Ci vado sempre a piedi.»
«Insisto. Dopo quello che è successo, non riuscirei a tranquillizzarmi finché non sapessi che sei arrivata a casa sana e salva. Ti prego, lascia che ti accompagni. Insisto.»