Silver Sinner
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1 Pierce
PIERCE
Il Frank’s Diner sorge all’angolo malandato di una strada appena fuori dall’autostrada, due svolte dopo il sottopassaggio.
Fuori, marciapiedi sbriciolati e una strada piena di buche rendono facile non notarlo quando si sfreccia verso una zona più sicura della città, ma Frank’s è il mio posto preferito al mondo intero.
Dai lampadari che hanno visto giorni migliori si riversa un calore che continua a inondare di luce arancione tutti e dodici i separé, trasformando i sedili rossi in un malva intenso.
Dodici separé, cinque tavoli e innumerevoli sgabelli al bancone offrono sempre a un’anima stanca un posto dove riposare. Non credo di aver mai visto questo posto vuoto, anche se non importa davvero.
Se i clienti smettessero di venire e le luci tremolassero, io sarei comunque qui, seduto al mio solito separé con davanti un piatto di patate hash brown e uova, a sorseggiare caffè guastato da una macchina che ha superato da un pezzo la sua data di scadenza.
Resta comunque il mio posto preferito.
«Capo?» La voce sommessa del mio braccio destro, Moses, spezza la mia vaga ammirazione per un luogo pieno di persone che guardano con sospetto il mio completo ben tagliato e i capelli pettinati con cura. Uno come me non appartiene a un posto come questo.
Mi risistemo sul morbido sedile del separé, uno dei dettagli più indulgenti di questo posto, e mi volto di nuovo verso Moses. «Mh?»
«Hai sentito una parola di quello che ho appena detto?» Le sue dita tamburellano piano sul tavolo accanto alla bistecca con uova mangiata a metà.
«Sì.»
«E allora?» Un sopracciglio scuro si inarca, lasciandomi vedere meglio gli occhi azzurro vivo che di solito Moses tiene socchiusi dietro il suo cipiglio perenne.
«E allora...»
Ripensandoci, mi sono distratto quando il jukebox ha cambiato musica e il mio sguardo è scivolato sulle torte fatte in casa dietro il vetro appannato di impronte sul bancone. Donazioni, se ricordo bene, di uno dei corsi di cucina qui vicino.
«No.» Cedo. «Scusa, ero con la testa da tutt’altra parte.»
«Tutto bene?» Moses abbassa il sopracciglio, ma continua a fissarmi con lieve curiosità.
«Sì. Stavo solo pensando.»
«A cosa?»
«A questo posto.»
«Ti prego, dimmi che finalmente i tuoi gusti sono cambiati.» Moses prende coltello e forchetta e torna a tagliare la bistecca con una certa aggressività. «Sto morendo dalla voglia di mangiare una bistecca che non richieda dei curl per bicipiti per riuscire a tagliarla.»
«Forse dovresti smettere di ordinarla ben cotta.»
«E quando sarò ridotto uno straccio per un’intossicazione alimentare, chi ti proteggerà?» Si sporge in avanti e si ficca in bocca un pezzo di quella bistecca. «Ti ucciderebbe mangiare in un posto con una stella?»
«Mi piace qui.»
«Certo. È un bel posto. Ma non è bello al punto da venirci tre volte a settimana per Dio sa quanti anni.»
«Eppure vieni sempre con me.»
Moses sbuffa e mi punta contro il coltello macchiato di grasso. «Io vado dove vai tu», dice masticando il pezzo di bistecca. «Non è negoziabile.»
«Esatto. Quindi mangiati la tua bistecca di merda.»
Moses lascia sfuggire uno sbuffo divertito mentre torna a segare la bistecca a metà. «Le cose che sopporto.»
È con me da più anni di quanti mi importi contare. La lealtà che Moses mi dimostra non è qualcosa che si possa comprare. Si guadagna con decenni di scrupolosa dedizione e qualche compromesso. Lui sopporta la sua bistecca pessima e io sopporto il caffè pessimo per una sola ragione.
Quella ragione è il momento migliore della mia giornata, tre volte a settimana.
«Comunque.» Moses torna al punto. «Delilah attracca tra otto ore. Se tutto va bene, dovremmo saldare il prestito entro oggi, e poi potremo tornare a spendere come se non ci fosse un domani.»
Delilah. La nave che trasporta la mia cassa di armi, le quali, dopo l’ispezione, finiranno nelle mani del cartello per una cifra da far girare la testa. Quella sostanziosa iniezione sul mio conto in banca significherà bonus per tutti.
«E», continua Moses tra un boccone e l’altro, «se proprio vuoi smembrare Delilah, allora, come stavo dicendo, potremmo fare viaggi più brevi.
Voglio dire, se ci pensi, gli yacht dei ricchi che attraccano ogni giorno pieni di ragazzini ubriachi con il fondo fiduciario vengono a malapena controllati. Potrebbe essere la nostra occasione.»
«Vuoi scambiare le nostre navi con gli yacht dei figli di papà?» Prendo il caffè e, mentre bevo, lancio un’occhiata fuori. Un’elegante auto nera è ferma contro il marciapiede dall’altro lato della strada e, non appena si accorgono che la sto guardando, lampeggiano con i fari.
Va tutto bene.
«Sei tu quello che vuole spezzettare tutto in minuscoli... minuscoli... pezzettini.» Sottolinea le parole con l’ultimo, aggressivo colpo di sega alla bistecca, poi si appoggia allo schienale, trionfante. «Quei coglioni mantenuti potrebbero essere il nostro lasciapassare.»
«E come impediamo a quegli stessi idioti ubriachi di dare un’occhiata più da vicino alla stiva?»
«Facile. Li paghiamo con la droga con cui hanno tanta voglia di sballarsi. Anche se degli stronzi del genere potrebbero tranquillamente pagarci per il privilegio di trasportare la nostra roba. Non c’è niente di meglio di un ragazzino ricco disperato dalla voglia di ribellarsi al papà.»
«Okay.» Finisco il caffè e poso la tazza. «Ci proveremo.»
«Eccellente.» Moses abbandona quel che resta della bistecca con un sospiro. «Abbiamo uno chef privato a casa per un motivo. Mi manca.»
Un sorriso lieve e divertito mi affiora sul viso e, mentre Moses si dedica alle uova, la mia attenzione vaga.
Il jukebox cambia di nuovo canzone e una melodia dolce e romantica riempie l’aria sopra il sommesso brusio del diner.
Ognuno qui vive nella propria piccola bolla.
Fa parte del loro fascino. Potremmo discutere tutti di atti altrettanto efferati e nessuno se ne accorgerebbe mai.
La mia beatitudine si infrange all’improvviso quando una risata chiassosa e sfrenata si leva da un gruppo di tre uomini seduti due separé più in là.
I ghigni gelidi e maligni intrecciati a quella risata mi restano impressi nella mente, così mi muovo sul sedile e lancio loro un’occhiata.
Sono giovani, stretti l’uno all’altro e sghignazzano come iene.
«Ugh», borbotta Moses a bassa voce.
«Anche le uova sono andate a male?»
«Nah, qui le uova sono sempre fantastiche. Sono quei coglioni che odio.»
«Loro?» Continuo a fissarli, socchiudendo appena gli occhi mentre cerco di concentrarmi sulla loro conversazione sottovoce.
«Già. La settimana scorsa, mentre ordinavo, li ho sentiti sparare stronzate su quale cameriera sarebbe stata più facile da portarsi a letto e hanno cominciato a scommetterci sopra. Ci hanno provato con quella bionda.»
«Tanya?»
«Mhm. Però li ha rimessi al loro posto in un fottuto attimo.»
Un’altra ondata di risate fredde e sguaiate li attraversa e tutti guardano verso il bancone, dove diversi membri del personale si affaccendano tra le ordinazioni e tutto il resto che manda avanti questo posto.
«Sembra che abbiano un nuovo bersaglio», mormora Moses, facendo eco ai miei stessi pensieri. «Coglioni.»
Sono d’accordo e torno a voltarmi verso Moses, ma ogni pensiero su quegli stronzi si dissolve quando la ragione per cui vengo qui tre volte a settimana appare all’improvviso al mio tavolo.
Layla.
Regala a me e Moses un sorriso ampio e allegro. Una ciocca ribelle dei suoi capelli neri sfugge allo chignon e lei se la sistema subito dietro l’orecchio.
«Ciao! Va tutto di vostro gradimento? Posso portarvi qualcos’altro? In questo momento le torte sono in offerta perché sono quasi alla fine della loro vita, quindi, se volete, posso tagliarvene un paio di fette?»
Il mio cuore perde un battito, proprio come accade ogni singola volta che viene a parlarmi. Il suo sorriso è ciò che porta calore in questo intero posto, insieme al lieve rossore rosa che le posa sugli zigomi.
È più bassa di me di tutta la testa, vestita con pantaloni neri e una maglietta nera, sopra cui un grembiule bianco tira sulla sua figura voluttuosa.
Il cartellino con il suo nome è appuntato sulla spalla, accanto a un adesivo a forma di stella gialla, e stringe una caraffa d’acqua ghiacciata.
«È fantastico come sempre», rispondo. «E ci piacerebbe della torta.»
«Ci piacerebbe?» Gli occhi di Moses si spalancano.
«Sì, ci piacerebbe.»
Layla lancia uno sguardo incerto al mio piatto mangiato a metà, come se dubitasse delle mie parole, ma non commenta e annuisce invece in fretta. «Eccellente, quante fette ne volete?»
«Quante torte sono quasi scadute?»
«Ehm...» Si volta e guarda oltre la spalla verso la vetrina. «Ce ne sono tre: ciliegia, noci pecan e caramello salato.»
«Le prendiamo tutte e tre.»
«Fette?»
«Torte.»
Layla si gira di scatto verso di noi con gli occhi spalancati. «Volete tutte e tre le torte?»
«Altrimenti andrebbero buttate, no?»
«Uh... sì, è vero. Ma sono tipo... un sacco di torte.»
«Moses è un intenditore di torte», dico, celando a malapena il mio sogghigno davanti al colpo di tosse indignato di Moses. «E poi, dopo vediamo della gente. Le torte saranno un bel regalo.»
«Perfetto! Ve le metto sul conto quando siete pronti per andare via. Uh... altra acqua?» All’improvviso si ricorda di avere in mano la caraffa e me la porge, facendo tintinnare e urtare il ghiaccio al suo interno.
«No, grazie. Con il caffè sto bene.»
«Io ne prendo un po’», dice Moses attorno all’ultimo boccone di uova. «Con tutta quella torta mi servirà.» Il suo sguardo torvo conserva un calore lievemente divertito, ma quasi non lo noto, perché la mia attenzione resta fissa su Layla.
Lei sorride con quel sorriso radioso e caldo, riempie rapidamente il bicchiere d’acqua di Moses, poi china il capo e si sposta al separé successivo.
Tutti nella mia vita sono duri e contorti. Li guardo negli occhi e tutto ciò che vedo è un conto alla rovescia fino al momento in cui decidono che non servo più. Poi si tratta di vedere chi spara per primo.
Non Layla.
È l’unica persona che conosco a sorridermi con calore e a parlarmi senza secondi fini, se non il desiderio di vedermi ben nutrito.
È una semplice gioia nella mia vita altrimenti tempestosa, e sono arrivato ad apprezzare sinceramente anche solo pochi minuti del suo tempo.
Finché quei coglioni simili a iene non troncano di colpo le loro risate, come un tappo infilato in un fischietto, e qualcosa di freddo mi striscia sulle spalle.
«È tutto di vostro gradimento, ragazzi?» arriva la voce dolce e cortese di Layla. «Posso portarvi qualcos’altro?»
«Va bene così», ridacchia aspramente uno di loro. «Però, avete per caso lo spotted dick nel menù?» Tutti e tre scoppiano a ridere come se fosse il massimo dell’umorismo.
Layla, come sempre, resta gentile e cordiale. «In realtà sì. Riceviamo molti dolci da uno dei corsi di cucina che si tengono alla chiesa. Credo che ne abbiano preparato un po’. Posso portarvene una fetta?»
«Nah, nah.» Il buffone del gruppo agita una mano. «Sembra disgustoso.»
«Nessun problema. C’è qualcos’altro in cui posso aiutarvi? Altra acqua?»
«Sì, in effetti c’è una cosa con cui puoi aiutarmi», risponde uno con un tirare su col naso aggressivo, e un ricciolo di rabbia mi si accende nel petto. «Puoi procurarmi un appuntamento. Con te. Hai capito? Tu e io, tesoro. Andiamo a un appuntamento.»